Quando inizio un libro o un film che sembrano non appassionarmi, o un brano che continua a scivolarmi addosso senza lasciare traccia, mi costringo quasi sempre ad arrivare fino alla fine. Come se esistesse una soglia invisibile oltre la quale tutto possa improvvisamente trasformarsi. Una salita lunga e faticosa da attraversare prima di scavallare il monte e trovarsi davanti un paesaggio capace di riconfigurare retroattivamente tutto ciò che lo ha preceduto.

Non riesco a spiegarmi fino in fondo da dove arrivi questa ostinazione. C'è sicuramente una fascinazione per la scomodità, per l'attrito, per la sensazione di stare attraversando qualcosa che non mi appartiene ancora e, forse, non mi apparterrà mai.

Ma non è solo questo. Credo abbia molto più a che fare con una forma quasi irrazionale di speranza che il ritmo possa cambiare all'improvviso, che qualcosa possa finalmente aprirsi, che la vita possa ancora riservare un dettaglio, una frase, un'immagine o un suono capaci di far esplodere il cuore senza alcun preavviso.

Non succede spesso e non è detto che succeda, ma la mia indole mi spinge ostinatamente in questa direzione sconosciuta senza mai sapere se mi sto avvicinando o allontanando da qualcosa che non riesco nemmeno a nominare.

Paul Valéry scrisse: "Trouve avant de chercher" e io a questo trovare prima di cercare ho deciso di crederci sempre e non precludermi quella infinitesimale possibilità di trovare o essere trovato proprio quando pensavo di avere imboccato una strada senza uscita.

La perseveranza gravitazionale è la sensazione di essere trattenuti in orbita da qualcosa che non restituisce immediatamente senso ma continua ad attrarci. Non nasce dalla disciplina ma da una relazione quasi mistica con l'attesa.

Esiste una fiducia sotterranea nel fatto che certe rivelazioni non si nutrano di immediatezza ma abbiano bisogno di ritardo, attriti, resistenza, permanenza. Come se alcune opere, alcune persone, alcuni luoghi e persino alcune versioni di noi stessi non potessero essere comprese frontalmente, ma soltanto dopo aver attraversato una lunga zona di opacità.

L'invito che mi rivolgo e che vi rivolgo è di continuare a procedere sospesi dentro una domanda senza risposta: sto attraversando un deserto necessario o sto semplicemente imparando a sopportare il vuoto?