Stamattina ho dimenticato la caffettiera sul fuoco facendo bruciare il caffè. Ne sono stato felice. Contemplare quel liquido marrone espandersi fumante sul piano cottura mi ha rivelato che ero finalmente tornato a fare qualcosa che mi interessava e dava piacere dopo tantissimo tempo. La distrazione come prova di vitalità.

Parlo di quel capitolo epico, drammatico, delle nostre vite che non si è mai chiuso. Non torniamo lì per il solo gusto di assaporare una dolce sofferenza, ma per contemplare quel cerchio che crediamo il tempo abbia finito per spezzare, o forse no?

C'è una droga emotiva più potente della felicità: la quasi risoluzione. Quella sensazione epica, drammatica, di un rapporto o un momento che si è interrotto lasciando un vuoto. Noi non torniamo lì per soffrire, torniamo per tentare, ancora e ancora, di chiudere il cerchio che il tempo ha spezzato. È un'auto-tortura analitica, il rewind infinito di un film che sappiamo come va a finire ma di cui continuiamo a sorprenderci aspettando un finale diverso.