Mi hanno portato un bicchiere che non era quello che avevo ordinato. Non era quello che desideravo. Ma non ho detto niente. Me lo sono fatto andare bene, fingendo di non accorgermene. Per non disturbare. Per non creare problemi inutili.

Devo mentirmi. Su chi sono io, su chi sono gli altri. Che li conosca da anni o da un giorno non fa differenza. Devo mentirmi per poter scrivere una lettera o comprare un mazzo di fiori. Devo mentirmi per dare consigli sinceri, per ascoltare sfoghi. Mentirmi è la linfa per diventare la versione migliore di me. Per accettare quello che non ho chiesto. Per ricordarmi che, in fondo, non so nemmeno dove inizio e dove finisco.

L'autoinganno liminale non serve a nascondere la verità, ma a renderla compatibile con la vita. È uno spazio intermedio in cui ciò che senti viene tradotto in qualcosa che puoi sostenere. Una soglia abitabile tra percezione e sopravvivenza. Perché la verità, lasciata intatta, spesso risulta troppo netta. Chiede rotture, prese di posizione, esposizione. L'autoinganno invece lavora per sfumatura. Rielabora. Addolcisce. Ricompone.

È una forma di adattamento percettivo che rende possibile restare dentro relazioni, gesti, aspettative senza dover continuamente ridefinire tutto. Ma ogni adattamento ha un prezzo. Più affini questa capacità, più diventa difficile distinguere tra ciò che accetti e ciò che semplicemente hai imparato a non vedere. E a un certo punto la domanda cambia forma: non più "sto mentendo?" ma "chi sarei senza questa menzogna?".

L'autoinganno liminale diventa così un sofisticato espediente di sopravvivenza emotiva. Ma più ci vivi dentro, più diventa difficile capire se stai proteggendo te stesso o semplicemente evitando di incontrarti davvero.